L’incontro con Maria Pia Franci, nipote del defunto Colonnello Raffaele Franci, ha avuto luogo ad Alba Adriatica (TE), presso l’Alb’s Hotel, Lungomare Marconi, l’11 luglio 2006 alle ore 11.30.

Raffaele Franci ( zio Lello, come lo chiamavano in famiglia) proveniva da una famiglia profondamente religiosa. I suoi genitori, Guido e Agnese Franci, erano terziari francescani . Il padre Guido era Conservatore della Reggia di Caserta e presso la Reggia nacquero tre dei cinque figli dei coniugi Franci: Michele Guido, Gabriele (morto intorno all’età di 16 anni) e Giovanni.
I restanti due fratelli, Pier Giuseppe, padre di Maria Pia, e Raffaele nacquero invece al Quirinale, ove la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro, sempre al seguito dei Savoia.
Come il fratello Giovanni, scenografo, Giuseppe (detto familiarmente Pepè) lavorava nel mondo del cinema. Era stato per anni aiuto regista di Gioacchino Forzano ed entrambi lavoravano per l’Istituto Luce. Giravano l'Italia per realizzare documentari.
Fu probabilmente in uno di questi viaggi che Pier Giuseppe conobbe la madre di Maria Pia, Laura Tavellini, di Ferrara.
Negli anni in cui conobbe Laura, Giuseppe Franci era già sposato con Erica de Vargas Machuca, sorella di un amico di origine argentina che - ricorda la signora Franci - aveva sposato anche, o soprattutto, per salvare questa donna da uno stato di sicura indigenza, causa le gravi difficoltà economiche in cui versava la famiglia, in seguito ai debiti di gioco contratti dal fratello di Erica.
Giuseppe si sposò con Erica all’età di 24 anni e da questa unione non nacquero figli. Dall’unione con Laura nacquero invece due bambine, Agnese e Maria Pia. Questa nuova unione aveva indotto Giuseppe ad iniziare le pratiche di annullamento del primo matrimonio presso la Sacra Rota. Pratiche che vennero poi sospese quando Laura morì, due mesi dopo aver dato alla luce Maria Pia, la sua seconda figlia.
Le piccole erano nate a Napoli, nel quartiere Stella, negli anni della guerra, quelli difficili, subito dopo lo sbarco delle truppe alleate, e fu per miracolo che il papà sopravvisse alla morte. In quegli anni Giuseppe aveva svolto il lavoro di fotoreporter nei Balcani. Dopo l’8 settembre aveva aderito alla Repubblica di Salò, ma venne poi imprigionato dai partigiani nel carcere militare di Mantova. Giuseppe fu liberato con uno stratagemma; il tutto avvenne come nella trama di film di guerra. Il fratello Raffaele, insieme ad un suo amico, partì da Roma a bordo di un fuoristrada militare, con addosso la divisa dell’esercito americano. Raggiunsero il carcere in cui Giuseppe era imprigionato e, muniti di un falso ordine di scarcerazione, intimarono ai partigiani di liberarlo. Giuseppe fu così condotto al di qua delle linee alleate e portato a Napoli, ove presto lo raggiunse anche Laura. Sempre a Napoli nacquero le sue due figlie: Agnese e Maria Pia. Poco dopo la nascita di Maria Pia la madre venne a mancare.
Alla fine della guerra, Giuseppe Franci perse molta dell’agiatezza economica di cui aveva goduto negli anni del regime fascista. Sul piano professionale la sua adesione alla Repubblica Sociale aveva compromesso in modo irrimediabile la sua carriera. Pochissime le realizzazioni cinematografiche del dopoguerra : come aiuto regista e sceneggiatore, partecipa, nel 1946, alla realizzazione della “Lucia di Lammermoor”, un film diretto da Piero Ballerini. E’ del 1949 la sua prima realizzazione cinematografica in veste di regista, un film dal titolo “La figlia della Madonna”, assai poco apprezzato dalla critica. E’ del 1954 un’altra sua realizzazione cinematografica in veste di regista, un documentario dal titolo “Madrigale d'Autunno”. Il documentario, con musiche a cura di Fabio Pittorru e Benedetto Ghiglia,mette in risalto la bellezza delle donne nella campagna ferrarese, intente in autunno a raccogliere le mele. Forse un omaggio, velato di nostalgia, per la donna amata, scomparsa alcuni anni prima.
Nel 1956 realizza e dirige un altro documentario, “Il più grande mistero d’amore”, cui parteciparono anche le piccole Agnese e Maria Pia, come comparse. Girato ad Ostia, le riprese ripercorrono con solennità i vari momenti della funzione sacra, che in quegli anni era celebrata ancora in latino.
Gli interessi spirituali di Giuseppe tuttavia erano rivolti anche alle dottrine orientali e lamaniste. Era stato amico personale del prof. Giuseppe Tucci, noto studioso delle dottrine e delle religioni dell’Estremo Oriente (http://www.giuseppetucci.isiao.it), nonché fondatore, insieme a Giovanni Gentile, dell’IsMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente).
Suo fratello, il Col. Raffaele Franci era nato a Roma il 16 maggio 1911. Era un Granatiere di Sardegna. Aveva partecipato alla campagna d’Africa e aveva comandato una compagnia di Ascari, soldati somali al servizio degli italiani. Fu in Africa che contrasse una malattia tropicale (probabilmente malaria). Questa malattia lo costrinse al rientro a Roma e per il resto della vita le sue condizioni di salute risentirono pesantemente delle dure condizioni di vita sofferte durante la guerra. Negli anni a venire, tra l’altro, lo afflisse una grave forma di ulcera gastrica, che i medici dichiararono inoperabile e fu questa probabilmente una delle cause del decesso, avvenuto molti anni dopo, il 2 novembre 1985, a Pomezia, dove, al civico 17 sulla via Pontina, la famiglia Franci possedeva un piccolo podere: il poderetto San Michele Arcangelo.
Il dr. Gaspari aveva trascorso un piacevole soggiorno al poderetto.
In una lettera indirizzata a Raffaele, scrive:“…il soggiorno al poderetto è stato felicissimo e credo sia l’inizio di una nuova “ERA”. Il fragile mondo degli uomini ha bisogno del solido cibo di vita del Quaderno: se i fragili non hanno capito fino ad ora dove sta di casa la forza … hanno poco tempo di vita. (…) Al tuo centro di Pomezia puoi sfamare coloro che non sono ancora morti di fame …” (Bologna, 20 luglio 1972).
Il poderetto si trova un po’ fuori Pomezia e lo zio Lello, ricorda Maria Pia Franci, amava moltissimo quel luogo. Raffaele aveva acquistato il terreno e Giuseppe aveva lavorato ad alcune modifiche. Oltre all’abitazione della famiglia e agli ettari destinati alla coltivazione, nel poderetto v’era una casa per il contadino, una grotta con la Madonna di Lourdes, costruita da Giuseppe, e una chiesetta, ove era stato concesso alla famiglia Franci di esporre il S.S. Sacramento.
Davanti a quell’altare, Raffaele trascorreva lunghe ore di preghiera.
Tutti in casa, del resto, sapevano bene che lo zio Lello nutriva un grande interesse per lo spirito. Si assentava spesso, e per lunghi periodi, dal poderetto per recarsi a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, di cui era un fervente figlio spirituale.
E, come spesso accadeva tra i figli spirituali del Padre, era solito frequentare, oltre a San Giovanni Rotondo, anche altri ambienti in cui Dio, in quegli anni, faceva sentire la sua voce.
Negli anni ’50 e ’60, a Napoli, partecipava alle Messe celebrate dal Servo di Dio don Dolindo Ruotolo. Ad una di queste funzioni aveva condotto anche sua nipote Maria Pia, allora quattordicenne.
Maria Pia ha ben impressa nella memoria la figura di questo sacerdote, avanti negli anni, con un corpo minuto, quasi piegato su se stesso, ma che, nondimeno, suscitava grande rispetto e devozione a chi lo avvicinava .
Raffaele frequentava diversi luoghi mariani ed era devoto della Madonna delle Tre Fontane a questo riguardo il dr. Gaspari scrive: “Alle Tre Fontane di Roma la Madonna apparve ad un ateo comunista, dicendogli: ‘Io sono colei che sono nella Trinità. Io sono la madre della Rivelazione’. Molti anni fa ebbi il piacere, insieme al mio amico Col. Raffaele Franci, di incontrare, nelle vicinanze di Roma, l’uomo delle apparizioni delle Tre Fontane...” (tratto da : Luigi Gaspari - “Padre Pio Profeta dell’Era dell’Amore”, RAMA edizioni 1986,pag. 242 ).
Lo zio Lello, ricorda ancora la signora Franci, era un uomo estremamente sensibile e a tratti impetuoso come quella volta in cui, ancora bambina, le suore Dorotee sul colle Gianicolo a Roma avevano ricoverato Maria Pia all’ ”Ospedale Bambin Gesù” , per una sospetta polmonite e lo zio Lello, che evidentemente non riteneva l’ospedale il luogo migliore per curare sua nipote, nonostante il parere contrario dei medici, decise di trasferirla nella sua casa di via Sallustiana. O come quando, a dispetto delle sue pessime condizioni di salute e dell'età avanzata, volle abbracciare la piccola Raffaela, la bambina di Maria Pia appena nata ad Alba Adriatica. Così, una mattina di giugno del 1972, Maria Pia sentì suonare alla porta. Si affacciò e vide parcheggiato in strada il “maggiolino” verde dello zio Lello. Raffaele aveva percorso duecento chilometri durante la notte, da Roma ad Alba Adriatica, per vedere di persona quella bambina, che portava il suo stesso nome.
Il poderetto era aperto ai suoi amici più cari, quelli con cui condivideva il comune interesse per la vita spirituale. Con essi e col fratello Giuseppe condivise l’entusiasmo per le parole del “Quaderno dell’Amore”. Luigi Gaspari scriveva a Raffaele Franci: “Tuo fratello Pepè mi ha detto che farà il nastro con musica del Quaderno, e in seguito studierà la possibilità di un disco (…). Pepè è un artista nato e sono certo che farà un lavoro perfetto ”.
Tra le amicizie più care di quegli anni, v’era quella che legava Giuseppe al generale Armando Cresci e alla moglie, colpiti dalla morte dell' unico figlio in giovane età. E quella con il conte Lorenzo Mancini Spinucci, che spesso andava a trovare nella sua villa di Totta di Palme.
Michele Guido Franci, presidente della Fiera di Milano, era laureato in Economia e Commercio (aveva abbandonato gli studi di medicina dopo la prima lezione di anatomia). La sua personalità era molto diversa da quella dei due fratelli: aveva tutte le caratteristiche del leader. Amava ripetere ai familiari: “Nella vita valgono tre “esse”: serenità, salute, successo”. E di successo, Michele Franci ne ebbe davvero tanto: dopo la laurea, negli anni precedenti alla II guerra mondiale, aveva collaborato alla realizzazione della Fiera di Tripoli. E nel 1946, l’allora presidente della Fiera di Milano - il sen. Luigi Gasparotti - lo chiamò a dirigere la delegazione romana della Fiera per coordinare le attività con le istituzioni politiche e amministrative.
L’anno successivo assunse la carica di Segretario Generale della Fiera. Mantenne questa carica fino al 1978, anno in cui divenne Presidente. In quegli anni, esattamente nel 1960, diede un contributo determinante alla realizzazione del MIFED (Mostra Italiana Film e Documentario).
Michele Franci, considerava tutta la Fiera di Milano come una sua creazione.
Le sue qualità di manager gli ottennero riconoscimenti dal mondo politico, economico e religioso, anche ben al di là dei confini nazionali.
Fu tra i fondatori dell’ “Accademia Italiana della Cucina”e ne ricoprì la carica di Presidente dal 1962 al 1983 (http://www.accademiaitalianacucina.it/indstoria.html)
Ricoprì cariche di spicco presso la “San Gabriele”, Associazione Italiana di Filatelia religiosa e al riguardo fu l’autore di un’imponente pubblicazione dal titolo : “La cristianità nel francobollo postale”.
Nel libro “Le persone che hanno fatto grande Milano” (ed. Ubezzi & Dones per il Comune di Milano, 1984), Michele Franci viene annoverato accanto alle grandi figure dello spettacolo, della cultura e dell’economia milanese.
Aveva sposato Margherita Graziani, una donna di origini molisane, che proveniva da una famiglia di ricchi possidenti terrieri. La coppia non aveva figli. Alla morte della moglie, Michele decise di tornare a Roma e si trasferì in un’abitazione sulla Salaria.
Al Cimitero del Verano a Roma, nelle vicinanze della statua del Salvatore, c’è una piccola salita. Oltre il dosso, un piccolo piazzale alberato e poco più in là, una lastra di porfido rosso con la scritta : “Famiglia Franci”.

(Intervista a Maria Pia Franci a cura di V. Buri - 2006 )